Soldi alla guerra, non all’istruzione e alla sanità

Soldi alla guerra, non all’istruzione e alla sanità

L’ordine del giorno approvato recentemente dalla Camera dei Deputati, su iniziativa della Lega, con il quale si auspica l’incremento della spesa militare al 2% del PIL è molto preoccupante anche perché Draghi ha ribadito la volontà politica di aumentare sensibilmente gli stanziamenti nella difesa. Di fatto significherà passare in questo comparto da 68 milioni a 104 milioni di euro di spesa giornaliera, e da 25 a 38 miliardi ogni anno.  Il governo Draghi ha in più occasioni ribadito di non volere scostamenti di bilancio (tradotto: ulteriore ricorso al debito pubblico). Ciò significa che per finanziare la “futura difesa” si dovranno tagliare altri settori della spesa pubblica e del welfare.

Il contratto della scuola e i contratti di altri settori fondamentali del welfare come la sanità rischiano di essere le prime vittime delle scelte del governo. Sarebbe una scelta sciagurata dopo più di due anni di pandemia e nel caso della scuola dopo quasi quattro anni di ritardo del rinnovo contrattuale. In più occasioni abbiamo ripetuto che lo stanziamento per il rinnovo degli stipendi dei docenti e del personale della scuola (circa 87 € lordi medi di aumento) è scandaloso e offensivo. Si chiede quindi che ancora la scuola si faccia carico della crisi economica e politica in essere senza che i promessi nuovi finanziamenti per la “difesa” siano inseriti in un progetto europeo di difesa comune e non si traducano come al solito nell’incremento di un esercito nazionale che sarebbe del tutto inadeguato rispetto ai panorami bellici del futuro.

Ha ragione il Papa nel definire pazzia una scelta di questo tipo. Qualsiasi incremento di armamento ci avvicina sempre di più alla terza guerra mondiale. La follia di Putin non può essere strumentalizzata per  costringerci a seguire una strada senza uscita.

Nel contempo si sta profilando una tempesta perfetta tra guerra, incrementi dei prezzi, aumento esponenziale dell’energia, richiesta (da parte dei soliti) di “ristori”. Si calcola che in settembre l’incremento della cassa integrazione possa costare almeno 20 miliardi di euro.

Chiedere aumenti stipendiali per i docenti e il personale della scuola sembra essere ora una pretesa inopportuna, ma non è così.

Se la scuola, come troppi continuano a ripetere ipocritamente, è il motore della società, si diano alla scuola le risorse necessarie per funzionare meglio e si diano ai docenti i riconoscimenti economici e sociali da troppi anni calpestati. Non bisogna avere sensi di colpa nel chiedere quello che spetta ad una categoria che ha affrontato negli ultimi anni il Covid e le continue riforme che hanno scaricato sulla scuola inefficienze, burocrazie, aumento (inutile) dei carichi di lavoro.

Le guerre si vincono con la cultura, la consapevolezza e il dialogo. La scuola potrebbe e dovrebbe continuare ad essere il luogo dove costruire la pace nel futuro. Basta che lo si voglia.

Fabrizio Rebershegg

Fabrizio Rebershegg

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