Premi ai più bravi a scuola: ma è proprio necessario farne un caso politico?

Premi ai più bravi a scuola: ma è proprio necessario farne un caso politico?

Nella stampa nazionale e locale del Veneto ha fatto scalpore il dibattito derivato dalla decisione di un  Liceo di Padova di premiare con una cifra di 100 euro gli studenti con valutazioni che si attestano sulla media del 9 (nove!!). Si tratta di una iniziativa che è da anni attiva in moltissime scuole e che non ha mai fatto gridare come ora allo scandalo.
Dopo l’introduzione ufficiale del concetto di “merito” anche nella denominazione del Ministero dell’Istruzione si riapre stancamente la vecchia diatriba relativa alla scuola dell’eguaglianza e dell’inclusione.
Alcuni accusano il Dirigente del Liceo (e tutto il Collegio dei Docenti e il Consiglio di Istituto) di cristallizzare le differenze sociali e di classe tra gli studenti. Così si dà per scontato che tutti (tutti!!) i più bravi a scuola siano appartenenti a classi sociali elevate e benestanti e che i più “poveri” non possano ottenere risultati scolastici di eccellenza perché, non per colpa loro, non possono competere con gli altri.

Questo sicuramente ha  basi di realtà, ma è anche vero che la scuola dovrebbe sempre valorizzare le capacità soggettive di tutti gli studenti che si guadagnano con lo studio e la loro preparazione risultati positivi o di eccellenza.  La scuola è, forse ancora per poco, un ambito in cui la valutazione degli allievi può essere slegata da logiche mercantili e familistiche.
Ma i critici delle premialità per le eccellenze si domandano cosa accade nella scuola che loro vorrebbero senza voti, senza valutazioni, inclusiva e degli abbracci?
Credono forse che uno studente che viene promosso classe dopo classe senza voti e valutazioni abbia gli strumenti di consapevolezza e preparazione per affrontare il mercato del lavoro con i suoi test, i suoi colloqui, i portfoli, le logiche delle conoscenze familistiche ?
Si accetta così che la scuola cessi di essere un reale ascensore sociale e diventi mera area di parcheggio dei bambini e dei giovani. Si accetta di fatto l’abolizione sostanziale del valore legale del titolo di studio sposando le tesi della destra più tradizionale e liberista di stampo anglosassone. Il tutto in una logica ideologica astratta di una uguaglianza formale, lasciando al mercato omnipervasivo la disuguaglianza sostanziale.

La rete degli studenti medi ha condannato l’iniziativa perché consiglierebbe agli studenti solo l’obiettivo di avere ansia e valuterebbe la scuola esclusivamente come una corsa dove chi meno ottiene meno vale, definendola quindi “una dinamica tossica, pericolosa”.
Vorremmo ricordare agli studenti che, purtroppo, studiare costa fatica e che ogni prova in cui ci si mette in giuoco può provocare ansia.  Possiamo comprendere che bisogna rimettere mano al sistema di valutazione, alle logiche dei programmi tradizionali alla pletora delle verifiche formali imposte quantitativamente dall’organizzazione scolastica vigente, ma non si può accettare che l’assenza dello stress e delle ansie e il “benessere degli studenti” diventino l’ obiettivo prioritario della scuola.

Ricordiamo che l’art.34 della Costituzione recita:
La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.”
Battiamoci quindi perché i capaci e meritevoli, con particolare riferimento alle classi socialmente più disagiate, siano aiutati nel percorso degli studi, paretndo dal calcolo ISEE, con sovvenzioni, con il riconoscimento della gratuità dei libri di testo e la possibilità di partecipare a carico della fiscalità generale a stage, corsi di studio all’estero, viaggi di istruzione, ecc.

E’ semplicemente paradossale che i nostri giovani dopo la scuola siano poi immersi in un mondo di competitività fatta da talent show, da pagelle per calciatori, da gare e “giochi”, da rating, classifiche economiche  in cui ci sono sempre vincitori e perdenti.
Questo sembra normale?

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Fabrizio Rebershegg