OBBLIGO VACCINALE PER IL PERSONALE SCOLASTICO (decreto legge n. 172/2021): I DUBBI SUGLI ASPETTI RETRIBUTIVI

OBBLIGO VACCINALE PER IL PERSONALE SCOLASTICO (decreto legge n. 172/2021): I DUBBI SUGLI ASPETTI RETRIBUTIVI

La norma.

Il decreto legge 26 novembre 2021, n. 172 (“Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da COVID-19 e per lo svolgimento in sicurezza delle attività economiche e sociali”)ha previsto, con effetti a far data dal 15 dicembre 2021, l’obbligo vaccinale per alcune categorie professionali, tra cui il personale della scuola.

In particolare, l’art. 2, comma II, impone la vaccinazione come requisito essenziale per lo svolgimento delle attività lavorative nelle scuole, individuando nel dirigente scolastico -in qualità di responsabile e rappresentante legale della istituzione scolastica- la vigilanza sull’adempimento al suddetto obbligo. Nel caso in cui non riscontrasse l’effettuazione della vaccinazione anti SARS-CoV-2 né la presentazione della relativa richiesta, il dirigente inviterà, senza indugio, l’interessato a produrre, entro cinque giorni, la documentazione comprovante (in alternativa):

  1. l’effettuazione della vaccinazione;
  2. l’attestazione relativa all’omissione o al differimento della stessa (in caso di accertato pericolo per la salute, in relazione a specifiche condizioni cliniche documentate, attestate dal  medico  di medicina  generale);
  3. la presentazione della richiesta di vaccinazione da eseguirsi in un termine non superiore a venti giorni dalla ricezione dell’invito; in tal caso, il dirigente scolastico inviterà l’interessato a trasmettere immediatamente, e comunque non oltre tre giorni dalla somministrazione, la certificazione attestante l’adempimento all’obbligo vaccinale;
  4. l’insussistenza dei presupposti per l’obbligo vaccinale.

In caso di mancata presentazione della suddetta documentazione, il dirigente scolastico accerterà l’inosservanza dell’obbligo vaccinale, dandone immediata comunicazione scritta all’interessato, che avrà come effetto l’immediata sospensione dal diritto di svolgere l’attività lavorativa, sino alla comunicazione dell’avvio o del completamento del ciclo vaccinale (o, comunque, non oltre il 15 giugno 2022).

Durante il predetto periodo di sospensione, che- per espressa previsione di legge-  non ha natura, né conseguenze disciplinari, il lavoratore mantiene il diritto alla conservazione del rapporto di lavoro, ma perde quello alla retribuzione ed a qualsivoglia altro tipo di emolumento.

Il dubbio.

Al netto di ogni valutazione giuridica, paragiuridica e/o metagiuridica in ordine alla decisione impositiva dell’obbligo vaccinale, sul piano prettamente giuslavoristico desta qualche perplessità la scelta del legislatore di privare di retribuzione e di ogni altro tipo di emolumento il personale scolastico che, per sua scelta (e non per necessità -ipotesi ricadente nella eccezione all’obbligo vaccinale), decida di non sottoporsi a vaccinazione anti SARS-CoV-2.

In primis, sorgono dubbi di compatibilità con l’art. 36 della Costituzione (<<Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa>>), applicato -mediante corresponsione di un assegno alimentare ex art. 82 del DPR n. 3/1957- anche al lavoratore sospeso dal servizio per motivi disciplinari; non è dato comprendere, dunque, come mai la scelta ‘no vax’, pur espressamente stigmatizzata come non disciplinarmente rilevante, comporti di fatto conseguenze retributive peggiorative rispetto ad una condotta disciplinarmente rilevante.

Peraltro, inspiegabilmente per il personale scolastico non è stata prevista quella disposizione d’emergenza prevista invece per il personale sanitario che, seppur soggetto al medesimo obbligo vaccinale, deve essere adibito ad altre mansioni senza decurtazione della retribuzione per il periodo di omessa e/o differita vaccinazione (art. 1, comma VII).

Infine, il personale scolastico che, decidendo di non vaccinarsi, rimanga privo di retribuzione, neppure potrebbe accedere a quelle forme di sostegno al reddito che presuppongono l’assenza del rapporto di lavoro (NASpI, reddito di cittadinanza, ecc.), né tanto meno cercare un altro impiego, compatibile con la mancata vaccinazione, atteso il regime di “incompatibilità, cumulo di impieghi e incarichi” tracciato per il pubblico dipendente dall’art. 53 d.lgs. 165/2001.

Pertanto, se è evidente la ratio legis di incentivazione all’adesione alla campagna vaccinale, in un particolare momento in cui desta preoccupazione la risalita della curva dei contagi con la dominanza di varianti a maggiore trasmissibilità, è d’altro canto presagibile un  aumento del contenzioso, che con ogni probabilità sarà instaurato con la richiesta di disapplicazione della normativa interna per contrarietà alla normativa costituzionale e comunitaria in tema di diritto alla retribuzione del personale non vaccinato.

[email protected]

Raffaella Romano

Raffaella Romano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *