Cosa non funziona nella scuola finlandese. E che conviene sapere

Cosa non funziona nella scuola finlandese. E che conviene sapere

Fonte: La Rondine

di Nicola Rainò

L’interesse mediatico per i risultati straordinari della scuola in Finlandia ha facilmente valicato le Alpi, trovando una platea troppo spesso incline a celebrare quello che si fa “all’estero”. La scuola italiana è attraversata da una crisi che dura da decenni, spesso legata a scarsi finanziamenti, scarsa innovazione, problemi di sovrappopolazione nelle classi, strutture fatiscenti.

Al contrario la Finlandia non solo magnifica la qualità delle sue strutture, ma anche grazie a “risultati” comprovati a livello internazionale promuove il suo modello e cerca di esportarlo all’estero. In Italia si sono visti report televisivi, inchieste su giornali, che al di là del valore dei loro autori hanno tutti una caratteristica: sono decisamente celebrativi.

Nel senso che vedono “solo” gli aspetti positivi, e li confrontano con il loro corrispettivo (negativo) in Italia.
Se allora, invece di limitarsi a leggere la “promozione” del prodotto, su cui il paese nordico investe molto, si guardasse anche al resto, il quadro complessivo risulterebbe se non altro più variegato, certo più interessante.

Si scoprirebbe, per cominciare, che negli ultimi anni anche i risultati del test PISA sono in netto calo.

Si troverebbe che i dati della disaffezione scolastica, come pure lavorativa, in Finlandia non sono irrilevanti.

E poi un altro sintomo che va nella stessa direzione: gli stessi insegnanti lasciano il lavoro in misura crescente. Un’inchiesta di OAJ (sindacato di categoria) nel 2021 riporta che il 57% del corpo docente sarebbe pronto a cambiare mestiere. Tra le cause segnalate, il numero eccessivo di allievi da seguire (situazione complicata nel periodo della pandemia), l’aumento di immigrati che richiedono attenzioni speciali e la carenza di strutture di sostegno adeguate a far fronte a chi apprende finlandese e svedese come lingua seconda.

Poi, volendo entrare all’interno del sistema:  uno dei cardini dell’innovazione, il cosiddetto apprendimento “per fenomeni” rischia di “lasciare per strada molti ragazzi non ancora maturi cognitivamente per gestire questo nuovo tipo di scuola”, anche se ciò ma non sembra preoccupare i grandi ideologi del “miglior sistema educativo del mondo”. Un editore italiano, pronto a segnalare il fenomeno, con queste parole dà una sintesi dell’innovazione: “Dall’agosto 2016 le scuole finlandesi devono permettere agli studenti di scegliere un tema che li interessa e impostare attorno ad esso il lavoro complessivo, sia in aula che attraverso il coinvolgimento di elementi esterni, dagli esperti ai musei. L’approccio interdisciplinare non solo permette di approfondire con ricerche dirette temi di stretta attualità, ma prevede anche l’utilizzo delle varie tecnologie, compresi il telefono cellulare e il tablet per le ricerche in classe.”

Oltre al calo dei risultati esterni, a preoccupare sono anche le critiche interne al sistema. Che però non ricevono la dovuta attenzione. È quanto sottolinea una nota psicologa, la professoressa Liisa Keltikangas-Järvinen, quando dichiara che i dati allarmanti presentati in una recente dissertazione dedicata a questo tema sono stati di fatto ignorati dai responsabili dell’educazione nazionale.

Di che si tratta? L’autrice della dissertazione, Aino Saarinen, è una brillante docente dell’università di Helsinki, dottorata in psicologia, medicina e scienze pedagogiche. La sua ricerca ha sottolineato proprio come i metodi di apprendimento che richiedono l’auto-organizzazione e l’uso di materiali didattici digitali abbiano a che fare col declino dei risultati formativi, come per altro già sottolineato a suo tempo dalla psichiatra Linnea Karlsson segnalando i rischi di stress legati all’eccesso di responsabilizzazione.

Ma cosa ha segnalato in particolare la ricerca di Aino Saarinen, sulla base anche di interviste a insegnanti e genitori degli studenti presi in esame?

  • I materiali digitali non sono in grado di sostituire i libri stampati.
  • Le scuole sono state trasformate spesso in un “happening” in cui conta molto mostrare una bella moquette sul pavimento e attrezzature modernissime.  (Ma scambiare la bellezza e la funzionalità dei siti scolastici per una qualità intrinseca di quanto si fa al loro interno, non è spesso proprio questo ciò che i reporter del weekend documentano in Italia?)
  • Tanti bambini delle prime classi si ritrovano a fare scuola all’aperto. Ma varie ricerche dicono che proprio in età infantile quello non è un luogo che favorisce, per esempio, l’interazione faccia a faccia, e da ciò può derivare un aumento dello stress nei soggetti più sensibili, come i casi di panico segnalati.
  • Il declino della lettura comporta che circa uno studente su otto non sa leggere correttamente quando lascia la scuola di base.

Questa carenza, insieme con l’abbandono della scrittura manuale a favore di quella digitale, riduce lo sviluppo di aree creative del cervello.

Più ampio, e attento alle implicazioni sociali oltre che allo sviluppo psicologico, è il punto fatto dalla professoressa Keltikangas-Järvinen. Che critica un sistema educativo che richiede una serie di decisioni a un bambino di otto anni, senza tenere conto che certe aree cerebrali demandate, nei lobi frontali, arrivano a maturità solo a vent’anni.

Spiega che nella vita quotidiana della scuola sono state apportate riforme che non sono conformi alle conoscenze della psicologia evolutiva e che hanno finito per aumentare le disuguaglianze. Il burnout di studenti delle scuole superiori e l’aumento dei problemi di salute mentale sono legati allo stesso fenomeno in cui ai bambini e ai giovani sono richieste competenze conformi ad alcune ideologie pedagogiche, per le quali il loro livello di maturità non è sufficiente.

– In passato, la scuola guidava e cambiava la società. Oggi vediamo che è la società che impone le sue condizioni alla scuola e la scuola cerca di seguire le aspettative della società o meglio della sua classe dirigente. Da qui la riottosità dei governi a prendere in considerazioni le critiche mosse al sistema.

Le differenze tra le varie scuole e i risultati tra vari gruppi di studenti vanno crescendo in Finlandia. “Questa è una tendenza allarmante, le differenze tra scuole e studenti bravi e cattivi stanno aumentando. Stiamo rapidamente tornando verso una società di classe.”

Nell’autunno del 2020, sono state esaminate le competenze in matematica, lingua madre e letteratura di alunni di terza elementare. Si tratta del primo rapporto nazionale su come si sviluppa la competenza durante i primi due anni di scuola.

In base a questa ricerca, i bambini iniziano il loro terzo anno scolastico da punti di partenza sorprendentemente diversi.

Nella  valutazione longitudinale (raccolta dei dati relativi alla variazione di uno o più fattori in tempi diversi nella vita di uno stesso individuo) i risultati di apprendimento degli alunni della terza classe che studiano il finlandese o lo svedese come seconda lingua sono stati chiaramente inferiori agli altri. In alcune scuole, questi studenti non hanno nemmeno raggiunto il livello di competenza con cui i loro compagni di classe hanno iniziato la terza. “Abbiamo la più grande differenza nei risultati di apprendimento tra la popolazione nativa e quella con un background da immigrato tra i paesi OCSE.”

Ci sono nella stessa classe differenze enormi tra bambini che faticano a comprendere singole parole e altri che leggono romanzi. Un livello di abilità più elevato è favorito, tra l’altro, dall’alto livello di istruzione dei genitori, dalle motivazioni e dalle amicizie degli studenti.

Un altro dato emerso dall’inchiesta è quanto il luogo di residenza possa contribuire allo sviluppo delle competenze nell’istruzione primaria: differenze tra città e provincia, e differenze tra diversi quartieri dei centri urbani.

Insomma, da queste riflessioni viene messo in crisi uno dei capisaldi del sistema di valori complessivo della Finlandia: la parità dei diritti e delle possibilità offerte dallo stato ai suoi cittadini.

Abbiamo riportato qui alcuni elementi di un dibattito che è vivo in Finlandia, in parte in modo esplicito, in parte silenziato o rimosso, come si è detto. Il che non mette in discussione la bontà complessiva di un sistema educativo che ha tanti pregi. A cominciare dagli investimenti generosi dello stato, dalla qualità degli ambienti scolastici, per non dire del collegamento tra scuola e mondo del lavoro che qui trova grande sostegno legislativo e finanziario.

Queste osservazioni dovrebbero servire ai cultori frettolosi di quello che si fa “all’estero” che anche quest’estero è complesso e non riducibile a formule. Così certi cronisti potrebbero studiare meglio il senso di quella famiglia di un’ “artista” finlandese, trasferitasi dalla Spagna a Siracusa, che trovava troppo “chiusa”, opprimente, la scuola in cui aveva iscritto due figli. I media italiani hanno subito preso le difese di quei poveri ragazzi, reclusi in una classe, senza curarsi ovviamente di verificare in quale lingua quei ragazzi comunicassero con compagni e insegnanti, se quell’asfissia non fosse anche frutto di una difficoltà comunicativa. Soprattutto se quel che quella scuola poteva dargli non fosse troppo diverso, anche nei contenuti, da quello che le loro menti “aperte” fossero in grado di apprendere.

Si rischia di fare la fine di quella corrispondente della televisione finlandese che tempo fa in un articolo sul sito della Yle si faceva un titolo di merito di essere fuggita (asfissiata anche lei, essendo rimasta “senza parole”) dopo aver tentato di seguire un corso su Tommaso Campanella all’università di Firenze. Era fuggita, la corrispondente, ed era tornata precipitosamente in Finlandia a fare il suo bravo corso di giornalismo “per imparare cosa sono le notizie e come scriverle.”

Ecco, un esempio perfetto di un prodotto della scuola in Finlandia: una scuola che non punta più a “saavuttaa sivistyksen”, a dare una formazione culturale, ma a preparare agli esami, ad ottenere dei risultati. In Finlandia non c’è oggi nell’educazione una “cultura” che non serva a un’ applicazione pratica conseguente.

Niente di male. Ciò non toglie che ogni Paese dovrebbe guardare ai risultati degli altri, ma senza necessariamente rinnegare la sua tradizione culturale. Frutto di una evoluzione storica che, penso all’Italia, anche in campo pedagogico ha avuto la sua parte. Se l’Italia ha la sua tradizione classica, e Campanella, per dire, se li dovrebbe tenere cari. Perché i risultati di una formazione che fornisca conoscenze puntando solo a “come scriverle”, spesso senza sapere cosa ci sia dietro, dà poi frutti insipidi. E il sapere, come non tutti sanno, è anche sapore.

Redazione