Perché basta con le prove scritte?

Perché basta con le prove scritte?

Verrebbe da rispondere: perché scripta manent et verba volant.

Abbiamo un Ministro quasi nuovo che è stato scaraventato in un Ministero e dentro problematiche scottanti, storicamente mal gestite e corrosive.

Ha mostrato cordialità e volontà di conciliazione con tutti, fino a quando, dovendo decidere qualcosa,  non ha dovuto fare appello a quello che era il suo apparato di certezze sulla Scuola e sull’Istruzione Pubblica, ancorandosi  alla forza contrattuale (poca) che un Ministro della pubblica Istruzione ha nelle nostre  compagini di governo. Ecco, adesso sappiamo un po’ meglio chi è, cosa vuole fare, in base a quello che può e a quello che pensa della Scuola.

L’istruzione in Italia è un interessante crogiuolo di buone intenzioni che partono dal grande proclama del “non uno di meno” e arriva ad infrangersi sulle reiterate indefettibili certezze che i figli sono “nu piezzo ‘e core “ e che i soldi vanno spesi per le questioni importanti.

A questi assiomi  possono essere ridotti le figure, gli interventi, le riforme degli ultimi titolari del Ministero della Pubblica Istruzione.

Al non escludere nessuno che è diventata una istanza al ribasso, attengono la Scuola solo all’orale, le lezioni basate appunto sul “parliamone”, l’inutilità o lo scarso valore delle conoscenze e della loro trasmissione, l’esenzione dalla valutazione e dalla selezione. Anche questo Ministro ha fatto sua , senza nessuna dignità intellettuale e ricerca di uguaglianza la prassi del “diritto al successo formativo”, del titolo di studio garantito a tutti, prassi che in ogni occasione si dimostra invece una palese ingiustizia.

Che I figli sono nu piezzo e‘core sembra qualcosa che nel sentire collettivo si articola su due crinali. Il primo:

A) tuo figlio è bravo a Scuola e allora la Scuola è importante, va lodata e spronata a fare di lui un campione, a garantirgli un ruolo sociale alto e una realizzazione sociale eccellente. Gli Insegnanti devono però mostrarsi disponibili.

B) tuo figlio non è bravo a Scuola e allora la Scuola non conta niente, gli Insegnanti sono inadeguati e impreparati  ed è “meglio la pratica che la grammatica”.

In ogni caso le famiglie che economicamente possono, usano ogni espediente per  far strada ai figli, in ogni campo, istruzione, ruolo sociale, con poche remore etiche e sociali.

Certo che queste analisi sono superficiali e riduttive, che chiunque con un po’ di cinismo può fare e sottoscrivere e che per questo non rendono conto di tutto. Ma sicuramente spiegano molti dei fenomeni che si ripetono quotidianamente nelle nostre scuole.

Ma adesso si è affacciato sul proscenio un altro attore, coccolato e vezzeggiato solo a parole naturalmente, che potremmo chiamare: lo studente, figlio, stressato da Covid.

Avviene poi che alcuni di questi studenti, figli stressati, si attivino in un lavoro di gruppo, e producano una petizione, magari sotto la supervisione di genitori laureati, che chiedono  di sottoscrivere, nella quale dichiarano, con motivazioni più o meno concernenti, che i compiti scritti della maturità sono da abolire e dei quali, di conseguenza chiedano appunto l’abolizione definitiva. Che bisogno c’è di scrivere un temino, per essere dichiarati “maturi”? Ecco appunto che bisogno c’è?

Gli Insegnanti, dicono loro,  lo sanno già che i loro studenti sono maturi. Hanno potuto durante gli anni del corso di studio toccare con mano, in molteplici situazioni quotidiane, questa maturità.

Stupisce peraltro che a 18/19 anni si riesca a pensare che, senza sapere mettere per iscritto qualche  propria idea, dopo almeno otto anni di scolarizzazione obbligatoria, ci si possa definire “maturi” e che si ritenga ingiusto e inutile essere sottoposti ad una prova scritta per dimostrarlo. Forse di questo, gli anni di scuola che vanno dai 6 di età all’anno della maturità i “maturandi” dovrebbero essere stati resi consapevoli. Lo sappiamo noi, e nemmeno tutti, che si è e si diventa a poco a poco  le parole che si conoscono, che il mondo esiste solo se abbiamo le parole per dirlo, che saper scrivere è saper fermare un’intuizione e una suggestione fra le infinite che originano dai rumori dei giorni e delle relazioni. E che questo si chiama pensare.

Stupisce e molto anche che gli Insegnanti non si siano più di tanto indignati di questa “reduction”, che si identifica con il concetto della visione intelligente della modernità. Ecco questo è quello che mi offende, che lede secondo me il ruolo dei Docenti all’interno della nostra società. Che la Gilda degli Insegnanti, nelle sue alte sfere, non abbia trovato delle parole da dire sull’argomento, ancora di più mi offende.

Però, è notizia di questi giorni, alcuni degli alunni “maturandi” tentano di impostare il problema ponendo sul piatto della bilancia una pietanza abbastanza sapida. Potrebbe essere sintetizzata così: come fanno  gli Insegnanti, lo Stato, la Pubblica Istruzione a pretendere che noi sappiamo delle cose, se loro non ce le hanno spiegate? E per una generazione davvero deprivata come quella attuale, che per motivi non personali e per colpe del destino cinico e baro, sono in questa condizione, non è un problema da poco. Sì, hanno perso due anni. Li hanno persi molti già grandicelli e quindi in grado di metterci qualche pezza, ma moltissimi, i più numerosi li hanno persi  i piccoli. Hanno perso ore, lezioni spiegazioni, richieste di impegno che risultano e risulteranno per la loro vita privazioni fondamentali.

Gli anni della Scuola per tutti, anche se non allo stesso modo, corrispondo al tempo in cui si entra giorno dopo giorno in stanzoni con poca luce e con i banchi pieni di grafiti, passando ore e ore  in questi luoghi in cui le conoscenze contano poco, i compagni di banco tantissimo e dove il professore chiede cose che non ha spiegato o spiegato male e fa le ingiustizie. Se ne dovrebbe uscire, almeno dieci anni dopo, con nella testa un’idea del mondo e del posto che in esso vi  si vuole avere. Questo se è avvenuta l’uscita dalla crisalide. Si è passati da figli a cittadini. Sapere, avere dei pensieri, delle conoscenze rappresenta o dovrebbe rappresentare alla fine il lascito e l’attesa della Scuola. si entra allora di diritto a far parte di una comunità,  cui siamo legati da un’idea di “bene comune”, nella quale quindi  è importante anche quello che sai e quello  a cui ti sei preparato.

Che sia sancito da un esame e da un pezzo di carta che corrisponda a cose vere, è un diritto dei ragazzi che partono per la vita. E se non si sono prepararti a niente, è giusto che a loro venga detto.

È questo un tempo di incubazione nel quale si passa dal pensare che il mondo sia un luogo nel quale i vari attori hanno fra loro compiti, idee e aspettative diverse e alla fine si dovrebbe arrivare a concludere che la socialità è un modo di vivere positivo e migliore dell’ “homo homini lupus”.

Tutti fanno la loro parte, in questo progetto?

È terribile dover constatare che no, che non tutti fanno la loro parte a che soprattutto i grandi, gli adulti, che hanno i mezzi e l’esperienza, non si sentono il dovere di caricarsi sulle spalle i piccoli che arrivano, chiamati o no, sul palcoscenico del mondo.

La nostra democrazia, quella Italiana , e di questo stiamo parlando, ha questa colpa terribile: non si vuole far carico di quelli che arrivano al mondo.

La Scuola Italiana, durante il periodo del lockdown,,  è stata soprattutto chiusa, gli insegnanti Italiani continuano ad essere  i meno pagati d’Europa e sono soprattutto precari, le aule delle nostre scuole sono le più affollate e le più insane e malsicure d’Europa.

Hanno ragione i giovani studenti. Abbiamo una bella faccia tosta a chiedere loro di saper scrivere. Ma tant’è! Stiamo in piedi, in qualche modo come comunità e come società, perché di qua proviamo a passare e perché crediamo che di qua si debba passare, ognuno facendo quello che può, quello che le occasioni, la fortuna, le doti intellettuali e morali gli permettono di desiderare e di fare. Ecco un piccolo appunto lo farei a chi accusa giustamente gli adulti di chiedere risposte a cui non hanno preparato a rispondere.  Ma sapere che il verbo “”rispondere”, è normalmente  un verbo intransitivo, si costruisce “rispondere a, rispondere di” non potrebbe far parte, almeno alla fine di un liceo classico, di quella piccola parte di compiti ai quali è difficile pensare che gli studenti maturandi si sentano esentati?       

Redazione

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