Parlare di un tempo perso…significa non sapere cosa significhi “fare scuola”

Parlare di un tempo perso…significa non sapere cosa significhi “fare scuola”

Gentili colleghe e colleghi,  non so Voi, ma io mi sento profondamente offeso da queste parole, usate dal Presidente del Consiglio nel discorso di oggi al Senato.    Il mio non è un discorso di schieramento politico, ma quello di un lavoratore che chiede rispetto.    Le ore in didattica in presenza sono state sostituite da quelle a distanza. Inutile che venga a ricordare a Voi quanta fatica ci è costata e ci costa la scuola a distanza. Semmai, se continuerà questo tam tam, mi verrà la certezza che di tempo ne ho davvero “perso”: si tratta di quello extra, che ho dedicato a svolgere attività non richieste ma resesi anche solo opportune, quando non necessarie, per mandare avanti le cose con un dialogo continuo via e-mail e whatsapp con le classi o singole/i alunne/i. Da cercare di non perdere per strada, di incoraggiare, di tenere collegate/i in un dialogo continuo, magari nato da loro spunti polemici che sarebbe stato molto più semplice ignorare.    Continuare a parlare di un tempo perso da recuperare, usare queste espressioni, che poi i mass media riportano acriticamente, tramite “giornaliste e giornalisti”, significa non sapere cosa significhi “fare scuola”: né con riferimento a quello che è stato e che è, né nella prospettiva di questi fantomatici recuperi.     Noi lo sappiamo; chi ci governa, no. I mezzi di informazione, no.    

L’idea che ci sia del tempo da recuperare si porta dietro quella, neanche troppo implicita, che abbiamo lavorato meno del dovuto, e dunque, tra l’altro, siamo stati pagati più del dovuto. Abbiamo bisogno anche di questa offesa?    Domando: si sta forse ipotizzando, per esempio, di chiedere ad altre categorie di lavoratrici e lavoratori di “recuperare” il tempo di lavoro svolto in smart working?    Mi pare di no. E allora è ingiurioso usare questi termini: ma come si permette di farlo, chiunque sia a farlo?    Io credo occorra uno scatto di dignità.    Io non so come si organizzi una raccolta di firme. Ma so che non è particolarmente difficile, se solo si ha un po’ di confidenza con i “social”; e, soprattutto, se si crede in quello che si vuole provare a fare.    Chi di Voi fosse d’accordo con questo mio sentire, davvero profondamente indignato, e chi fosse iscritta/o a sindacati o altre associazioni di insegnanti, batta un colpo, per favore. Dignità, per favore, dignità. Non siamo dei perditempo, degli indolenti, dei rubastipendio.    Ho scritto a braccio. Grazie per la pazienza.    Ciao a tutte e tutti
    Daniele Melotti

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