L’invenzione dei 24 CFU: il danno e la beffa

L’invenzione dei 24 CFU: il danno e la beffa

Uno degli aspetti più evidenti della “schizofrenia” che sta attraversato la politica scolastica di tutti i
governi degli ultimi decenni in materia di reclutamento dei docenti, e in generale del sistema nazionale di
istruzione, è costituito dalla comparsa/scomparsa dei 24 Crediti Formativi Universitari (CFU).
Da dove vengono i 24 CFU? E che cosa sono?
La famigerata legge 107/2015 (c.d. Buonascuola di Renzi) tra le deleghe prevedeva quella relativa al reclutamento dei docenti. Per inciso, l’ennesima “riforma del reclutamento” degli ultimi anni, la quale ha
avuto come unico risultato quello di aggiungere ulteriore confusione e incertezza in chi vorrebbe
intraprendere la professione docente.
In attuazione di questa delega, con il decreto legislativo n. 59 del 13 aprile 2017, art. 5, c. 1, lett. b), la
ministra Fedeli, assieme al FIT, impone i 24 CFU quale requisito di accesso fondamentale e imprescindibile al concorso ordinario della scuola secondaria di primo e secondo grado. Cioè chi vuole intraprendere la professione docente è (era) obbligato a conseguire questi 24 CFU.
Si tratta di percorsi universitari a pagamento per la formazione iniziale degli insegnanti nei settori:
pedagogia, psicologia, antropologia, metodologie e tecnologie didattiche generali.
I 24 CFU (conseguiti entro ottobre 2022) sono (erano) obbligatori anche per iscriversi alle Graduatorie Provinciali per le Supplenze (GPS) e alle Graduatorie d’Istituto (GI). Il costo medio che il singolo precario ha dovuto sostenere per acquisire questi 24 CFU è stato di 500,00 euro. Un colossale affare economico per chi questi CFU li proponeva e una spesa iniqua per chi li doveva acquisire.
Premetto, che ho sempre ritenuto che imporre tra i requisiti di accesso a GPS e concorsi i 24 CFU fosse
uno “scandaloso regalo” alle Università, in particolare alle telematiche, perché obbligava i docenti precari a pagare una cifra importante, un “iniquo balzello”, per poter lavorare senza averne in cambio alcun
vantaggio reale. Difatti, come si è dimostrato, e come sempre più spesso sta accadendo, con titoli e titoletti a pagamento, decine di migliaia, forse centinaia, di precari si sono subito attivati per conseguire i 24 CFU nel timore di essere esclusi dalle graduatorie e/o di essere superati da chi stava dietro loro.
Ma avendo tutti conseguito i 24 CFU, la posizione dei singoli nelle graduatorie non è cambiata. In
pratica ogni aspirante docente ha pagato 500,00 euro per mantenere la stessa posizione, e opportunità
di lavorare, che aveva prima di conseguire i 24 CFU. Questo, purtroppo, accade anche per tutti gli altri
titoli e titoletti, sempre a pagamento a carico del precario, che sono contenuti nelle varie tabelle dei punteggi per GPS, GI e concorsi.
Con il decreto legislativo n. 36/2022, successivamente convertito in legge n. 79/2022, al danno si è aggiunta la beffa. Il ministro Bianchi riforma, a distanza di soli 7 anni, il reclutamento dei docenti della
scuola secondaria di primo e secondo grado e impone i 60 CFU (con le varianti dei 30 CFU o dei 36 CFU).
Per cui i 24 CFU non sono più titolo obbligatorio e imprescindibile per l’accesso ai concorsi. Allo stesso
modo, dalle informazioni che sono circolate sui siti specializzati riguardo ai titoli di accesso alle GPS e alle
GI delle scuole secondarie di primo e secondo grado, risulta che per essere inseriti nelle stesse non sia più
necessario il requisito dei 24 CFU.

In conclusione, è novità di questi ultimi decenni, in linea con quello che succede nelle aziende private,
che lo Stato scarica sugli aspiranti docenti il costo della formazione e si rimane senza parole di fronte a tanta confusa politica scolastica che fa pagare ai giovani laureati la formazione per accedere all’insegnamento.

Gianluigi Dotti