L’INVALSI decreta la fine dell’innovazione a distanza (DaD e DDI)

L’INVALSI decreta la fine dell’innovazione a distanza (DaD e DDI)

Gli avvenimenti che abbiamo vissuto dal marzo 2020, quando abbiamo ri-scoperto la vulnerabilità degli ecosistemi umani, soprattutto di quelli complessi e moderni, alle insidie delle malattie, hanno visto confrontarsi, nel dibattito sulla scuola, i sostenitori entusiasti della “didattica dell’innovazione – DaD e DDI” (tra cui diversi politici e tutti i ministri dell’Istruzione), e coloro (tra i quali il sottoscritto) che ritengono che l’unica scuola possibile sia quella in presenza che si sostanzia nel rapporto asimmetrico tra docente e alunno per la trasmissione del sapere.

Vale la pena però, prima di entrare nel merito del tema, ricordare il grande impegno degli insegnanti dalla scuola dell’infanzia all’università (e di tutto il personale scolastico) profuso per garantire alle nostre nuove generazioni un legame con l’istruzione nel corso di questo anno e mezzo di pandemia. Impegno che è andato ben oltre gli obblighi contrattuali e senza che da parte della politica ci sia stato un benché minimo riconoscimento professionale e/o economico (qualche bel discorso dei diversi ministri e un po’ di retorica).

In questi giorni i test INVALSI hanno fotografato una realtà che solo chi non è mai entrato in un’aula come insegnante poteva far finta di non vedere: una caduta verticale nell’ultimo anno scolastico, quello della DaD e DDI, dei risultati di apprendimento delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi. I dati segnano anche la differenza tra i diversi ordini di scuola: peggio le secondarie della primaria in proporzione matematica con l’effettiva frequenza della scuola in presenza, più alta alla primaria rispetto alla secondaria.

Non sono un sostenitore dei test INVALSI, ma i risultati pubblicati dall’Istituto fanno chiarezza e credo archivino definitivamente le pretese di chi pensava di utilizzare il tragico periodo che stiamo vivendo per introdurre a regime la DaD e la DDI proponendola come la grande innovazione del secolo che avrebbe costretto i docenti a cambiare il “metodo obsoleto della lezione frontale” e risolto tutti i problemi dell’apprendimento delle nuove generazioni.

Un punto fermo è stato scritto: là dove manca il lavoro in presenza del docente gli alunni non raggiungono i risultati di apprendimento minimi necessari per esercitare la cittadinanza attiva con grave danno non solo per sé stessi, ma per tutta la società presente e futura. I dati dell’INVALSI smentiscono con la forza dei numeri quella parte di opinione pubblica (e anche di politici oltre che di pedagogisti) che ostinatamente continua a volerlo riconoscere.

L’ultimo rilancio dei sostenitori entusiasti della “didattica dell’innovazione tra DaD e DDI” è che la “colpa” del fallimento non è della DaD e della DDI, ma dei docenti che non sarebbero preparati all’uso di questi strumenti. Ancora una volta, come già in passato per le molte innovazioni fallite (vedere alla voce didattica per competenze), prevale l’ideologia (meglio la cieca fede) alla buona pratica della verifica sperimentale della quale noi insegnanti dovremmo essere fieri promotori. Con questi dati aggiungerei che si potrebbero zittire anche tutti coloro che approfittando della pandemia vorrebbero stravolgere il nostro sistema scolastico con l’abolizione delle classi (il ministro le ha definite “Gabbie del Novecento”) e altre amenità simili e potremmo relegare la DaD e la DDI solo ai momenti emergenziali più acuti come “didattica della vicinanza”.

Gerolamo Rivolta

Gerolamo Rivolta

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