La resa della Scuola

La resa della Scuola

di Severino (e basta)

Sembra sia ormai nell’ordine delle cose, non si può che prenderne atto. La Scuola si sta arrendendo! La scuola si deve arrendere all’etica e ai dettami del mercato, deve diventare definitivamente la Scuola di Lisbona dove per Scuola della Conoscenza si intendeva la scuola che addestra a far sì che i “saperi” siano finalizzati unicamente ai processi produttivi. Magari fosse stato così, sarebbe stato un destino meno cinico. Il mercato famoso regolatore dei rapporti umani, di tutti i rapporti umani, ha dimostrato che non sa cosa farsene dei saperi, e meno ancora dei rapporti umani. Ha bisogno di compratori e sta investendo tutto sul modo di condizionarli. È chiaro che la “scuola” non serve. Si può chiudere, per settimane, per mesi per un anno alla volta. Ci arrendiamo? Ci stiamo arrendendo?  

Ma non facciamo confusione: chi si sta arrendendo? Chi si è arreso?

Gli alunni? Gli alunni vanno da 6 a 19 anni e in questi 13 anni della loro vita succede di tutto, di certo le cose che lasciano più il segno. Devono fare i conti con le discontinuità del loro processo di crescita, con gli eroici furori della giovinezza che comporta un giorno progetti di distruzione del mondo e il giorno dopo visionari piani per cambiarlo e con le famiglie da cui provengono e le loro attese sull’istruzione e sulla realizzazione dei figli. E così ci sono quelli che si nascondono dietro una loro fotografia posta davanti al monitor per poter fare qualche infantile cretinata e quelli, loro coetanei, che siedono per terra a studiare davanti la loro scuola chiusa, chiedendo di aprirla. No, loro non si sono arresi, anzi se questa è una guerra, sono tutti arruolati, magari su fronti diversi, e non possono che commuoverci e metterci in ansia per la loro generosa partecipazione. E in ogni caso se si arrenderanno (per ora sembrano avere soprattutto delle turbe, delle tristezze che si vanno cronicizzando), dovremmo noi adulti farcene carico e questo peserebbe su di noi, soprattutto questo, come una colpa. Loro dipendono allo stesso fondamentale modo dal nostro interesse e dal nostro disinteresse. Solo verso di loro abbiamo delle responsabilità inalienabili.

Le famiglie? Sono i cosiddetti “utenti”, termine di recente conio, e questo la dice lunga sull’idea di Scuola della nostra comunità. Esposte e schierate su tanti i fronti, le famiglie, pur con le diversità di richieste e di sensibilità che presentano, pur condizionate e spesso magari limitate del loro livello culturale, su di una cosa sembrano mandare segnali sicuri: alla Scuola tengono. Alla formazione dei loro figli pensano e chiedono molte cose, anche se talvolta non sono così lucidi nell’analisi e nelle richieste. Certo devono lavorare, se ce l’hanno un lavoro, e spesso lo fanno al computer questo lavoro, se ce l’hanno, anche in orario di DAD e con una connessione “ballerina”. Certo sono convinti spesso che l’istruzione dei loro figli e il titolo di studio che ne conseguirebbe siano un diritto acquisito, che niente altro comporta e sono sfiniti e scoraggiati, ma nemmeno i genitori possiamo dire si siano arresi, anche se della scuola sembrano saltuariamente interessati.

E lo Stato? Ecco lo Stato italiano non solo ha ceduto, ma dà ulteriori, costanti bruttissimi segnali. La scuola italiana è stata la prima “per chiusure”, e come poteva essere diversamente? Nessuna forma di garanzia e nemmeno di precauzione è stato possibile garantire all’interno della Scuola italiana. Classi affollatissime. Fabbricati fatiscenti spesso privi di aria, di acqua corrente e sempre di sapone e carta igienica. Precari a centinaia di migliaia. Gli organici sono stati fatti in piena pandemia, senza tener conto di niente, solo premunendosi di affermare che le scuole sarebbero state aperte in sicurezza. Dopo averle aperte, appena 15 giorni dopo, una volta con ordinanza regionale un’altra con ordinanza governativa, DaD o DiD per tutti.  C’è un nuovo Ministro e vedremo se anche lui sarà come molti di quelli che lo hanno preceduto. Loro hanno detto e fatto perché i Ministri devono fare e dire, anche se sembrano non avere lume di quello che serva “dire e fare”. I risultati attesi sono sembrati ogni giorno di più diventare impalpabili e fumosi, anzi addirittura a ogni cambio di passo sparivano, con obsolescenza programmata. Certo il ministero dell’Istruzione e il Governo devono garantire l’utilità e la proficuità dei pochi soldi spesi. Hanno problemi di ampio spettro e su larga scala e devono rassicurare sui risultati raggiunti o raggiungibili. Hanno però prima di tutto, sempre, la necessità di garantire ai giovani l’esposizione ai contenuti, e verificarne l’acquisizione. Si sono accontentati ahinoi di pensare che a questo scopo sarebbe stato sufficiente scegliere un’astrazione, magari identificabile con qualche termine inglese d’accatto e di imporla. La Didattica. Ed è l’unica voce che si è sentita dal Ministero. Insegnare è un lavoro che si fa in aula e da molto tempo, forse solo per problemi di numero, i vari ministri hanno premiato e foraggiato invece una persona per Istituto, il Dirigente Scolastico, che in aula non ci va e non ci deve andare, cui hanno demandato tutto, soprattutto appunto, le scelte della Didattica che hanno eletta, arricchendola di acronimi a unico strumento atto a far apprendere tutto a tutti. Eppure, dovevano solo limitarsi a trovare aule a sufficienza, per non doverle riempire di alunni come di polli i “pollai” delle massaie ricche. Per fare questo dovevano assumere e visto che c’erano, pagare dignitosamente gli Insegnanti necessari. Hanno invece continuato ad avvallare la chiamata annuale di supplenti che devono limitarsi a coprire le cattedre vuote e che non possono, trovare più una strada per essere stabilizzati o estromessi. Rifaranno anche l’anno dopo i supplenti. Tutto qua. Sì forse tutto qua. Lo Stato si è arreso, da tempo ai benpensanti che proclamano che cha cultura non dà da mangiare. La selezione di chi insegna che doveva essere severa e davvero “selettiva” poi, non solo non l’hanno attivata con i concorsi, ma una finanziaria dopo l’altra si sono condannati a non avere le risorse par pagare quelli che questa cultura avrebbero dovuto trasmetterla.  Ultimamente si sono arresi anche ai fabbricanti di banchi a rotelle e ai produttori di mascherine e tablet, disinteressandosi persino della connessione.

E gli Insegnanti? Ecco, se si deve buttare la croce sulle spalle di qualcuno, c’è la tentazione di buttarla su di loro. Sembra uno sport nazionale. Centra purtroppo il loro lavoro, l’insegnamento, che è lavoro dipendente assimilabile a quello degli ATA e del pubblico impiego in generale, con conseguenti sottomissione, orario di servizio, controllo e salario contrattato. (Salario contrattato si fa per dire visto che il contratto del tipo prendere o lasciare lo fanno per te Docente i Sindacati anche se non sei un loro iscritto). Ma oltre che lavoro, insegnare è una missione. Questo concetto caro ai sensibili benpensanti ha come conseguenza un corollario di obiettivi altissimi, di ideali, discorsi di principio, e dedizione assoluta. Poi non c’è da dimenticare la mezza giornata libera e i tre mesi di vacanza. Indubitabile: fatte la dovute distinzioni gli Insegnanti sono dei fannulloni. Certo si sono affannati, disperati, sfiniti con questo apri e chiudi (soprattutto chiudi), in presenza o in DaD e qualche giornalista illuminato (pochi peraltro) lo ha riconosciuto. Ma non è mai abbastanza, e soprattutto non sono mai gli Insegnanti rassicurati da nessuno e da niente, che quello su cui si dannano l’anima sia utile a qualcuno. Nell’insegnare non si può tra l’altro esserlo mai. Hai a che fare sempre con le giovani leve, quelli che sono al mondo e vogliono trovarci un posto, con i mezzi che hanno, la testa che hanno… con le famiglie che hanno. Non certo sei sicuro di essere loro utile, fai sempre fatica a radunarli e non sai mai come fare a tenerli dentro a qualcosa, a un gruppo, a un progetto, una seduzione. Non certo sei sicuro di essere utile alla comunità che in difficoltà, esasperata ti continua a chiedere assistenza, ti continua a imporre eroismo e pretenderlo, parlando di tempo perso e di insegnamenti da recuperare. E ti hanno poi in questi ultimi tempi messo un capetto, pagato più di tutti gli altri capetti di Scuola degli altri stati Europei, e sai che non è il tuo datore di lavoro, ma gliel’hanno e te l’hanno fatto credere, anche se non è lui che ti paga, e ha il compito di essere il tuo leader della Didattica, di valutari e di punirti. Insomma, è lui che prende le decisioni, anche quelle che spettano al Collegio Docenti, e in qualche caso a un giudice. Beh! loro, noi, i Docenti insomma davvero avrebbero, avremmo il diritto di chiedere la resa, di arrendersi/ci.

Eppure, noi come persone, come adulti responsabili, come Insegnanti appunto, non possiamo, non ce lo possiamo permettere, non ce lo dobbiamo permettere. Gli Insegnanti hanno il futuro nelle loro mani. Hanno la convivenza pacifica e civile nelle loro mani, hanno la Democrazia nelle loro mani. Sembrano parole grosse, frasi alla ricerca di un effetto. Ma sembra invece che non ci siano altre alternative per noi, che crederci, se si fermiamo un attimo a guardarci allo specchio al mattino. Sembra che questo sia uno di quei momenti nel quale per salvarsi si debba salvare. Abbiamo l’obbligo di continuare a difendere e rivendicare l’essenzialità del nostro ruolo. Di continuare a fare anche a noi stessi i discorsi sulla necessità del passaggio generazionale delle conoscenze. Abbiamo l’obbligo di tenere la schiena dritta. E poi chi ne sa più di noi sul nostro lavoro e sulle discipline che insegniamo?  Ma soprattutto, chi verrebbe in trincea al posto nostro?

Redazione

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