Il marketing della scuola in tempi di customer satisfaction

Il marketing della scuola in tempi di customer satisfaction

Su Facebook abbiamo trovato questo brano che dovrebbe far parte del libro di Salvo Amato “Perchè la scuola italiana non funziona più”. Fa riflessioni interessanti che ci sembrava giusto condividere…

Ci sono casi come quelli della scuola primaria in cui le mitiche chat delle mamme hanno un grande potere, a tratti illimitato, sulle decisioni delle scuole.
Capita molto spesso che addirittura venga sbandierato il ricatto della richiesta di nulla osta per trasferire il proprio figlio altrove se non si soddisfano alcuni desiderata.
Ma cosa chiedono mai le mamme nelle chat e come si organizzano per dare ai loro figli la “migliore istruzione” possibile? Quali sono gli argomenti che vanno per la maggiore?
Spesso si inizia con una serie di lamentele sull’incompetenza degli insegnanti, proseguendo verso ambiti squisitamente “educativi” come: nella classe di mio nipote sono più avanti, oppure: ho perso un intero pomeriggio per fare studiare mio figlio ma alla fine non è stato interrogato, o ancora: la maestra ha segnato sul quaderno un errore che non esiste, ve lo dico io.
Spesso si prosegue con commenti da customer satisfaction degni di Booking. Descrizioni tipiche da cliente piuttosto che da genitore di un bimbo affidato all’istruzione dello Stato.
Memorabili sono le spedizioni punitive dal dirigente di turno in stile class action quando ci si trova di fronte ad un insegnante che non si digerisce proprio. Le motivazioni non sono mai legate alla qualità dell’istruzione impartita ma soprattutto alla quantità eccessiva di compiti, alla eccessiva severità, alla eccessiva rigidità. Inutile dire che spesso queste spedizioni vengono accolte addirittura con favore e il dirigente di turno prende anche provvedimenti impaurito com’è della perdita di utenza (o più precisamente clienti). In fondo deve salvare il “buon nome” della scuola e non potrebbe accettare che nella propria scuola ci fosse un insegnante che pretende migliori risultati dai propri studenti, non sia mai.
In fondo la scuola dei numeri è proprio questa: legata al numero di iscritti, al numero dei promossi, a qualsiasi numero fuorchè a quei valori che ne indicano la qualità.
Del resto il marketing dell’”orientamento” si è ormai trasformato in una vetrina vuota e fiera delle vanità. Per accaparrarsi studenti le scuole non mettono più in mostra la realtà di se stesse ma una copertina patinata che nulla ha a che fare con la realtà. Ovvio che alla fine le mamme nelle chat rimarranno deluse se la scuola non organizzerà la gita di istruzione di loro gradimento o qualche insegnante reclamerà maggior diligenza e serietà nello studio.
La realtà è che la scuola ha cessato di essere luogo di istruzione di indiscutibile valore culturale diventando mercato delle vanità dove la qualità spesso si misura nel numero degli iscritti, nella quantità di attrezzature tecnologiche (quasi tutte chiuse negli armadi e inutilizzate ma tirate fuori nei mitici openday). L’insegnante non è più una autorità da rispettare ma al contrario minarne l’autorevolezza con spedizioni punitive e, molto spesso, azioni violente, diventa motivo di vanto da parte del genitore ignaro di quanto danno stia facendo soprattutto al proprio figlio.
In una società che misura il valore delle persone anche sul piano dello stipendio che percepisce l’insegnante ormai ridotto ad un livello impiegatizio proprio di chi esegue meccanicamente dei compiti, viene spesso deriso per uno stipendio da sottoproletariato. E in fondo come può farsi valere uno “sfigato” che non sa fare altro nella vita che ripiegare sull’insegnamento?

Redazione