Femminicidio scuola ed educazione alla…

Femminicidio scuola ed educazione alla…

Ho trovato questo post su Facebook e ve lo ripropongo. Buona lettura.

Copio e incollo dalla bacheca di una collega che stimo molto. Keeral Evvie Kounts. Ascoltate ciò che dice, non ho nulla da aggiungere.

Pensiero numero uno, che mi gira in testa da giorni: una volta, una maestra che conosco, che gestiva una classe con difficoltà di relazione evidenti (parliamo di una seconda o terza elementare), mi disse: “Noi ci proviamo, a insegnare i comportamenti corretti… a dire che certe modalità sono sbagliate… ma se da fuori (casa e altri contesti) arrivano input di segno totalmente opposto… è come se non avessimo detto niente”. Ecco: come non dire niente.

Pensiero numero due, che mi gira in testa sempre da giorni: io credo che l’educazione alla relazione ed all’affetto da un lato, nella scuola, già esista per forza naturale di cose. Esiste perché è un lavoro ontologicamente di gruppo; sei fisicamente obbligato a relazionarti con l’altro, a imparare come gestire il tuo errore e il tuo successo davanti a lui e il suo errore e il suo successo davanti a te, a condividere lo stress, a condividere la frustrazione, a condividere l’interesse… tutto. Certo, se non avessi questo maledetto parafulmine del cervello che si chiama smartphone, che ti attira a sé ad ogni santo intervallo che Dio manda in terra, ecco, credo che quello sarebbe tanto tanto un aiutone. Piuttosto: vi siete accorti che quando avevate l’età dei vostri figli il telefono a casa vostra squillava… e ora no? Vi siete accorti che se c’è un qualcosa di organizzato si vedono e se no… non organizzano quasi mai niente? Vi rendete conto che se uno è giù di morale le opzioni sono: a) resta da solo a deprimersi; b) vede gli amici che lo distraggono… ma non esiste più l’opzione c) gli amici parlano con lui e lo aiutano a conoscersi e superare le ragioni del suo soffrire? Che si sanno mettere insieme e spesso poi non sanno stare insieme? Che se si mollano spariscono come se fosse la cosa più normale del mondo?

Pensiero numero tre: qualcosa va fatto e va fatto anche con la scuola. Credo tuttavia che la scuola già insegni le relazioni. Le insegna spiegando Antigone, Medea, Gertrude, Dante, Achille ed Agamennone, Eteocle, Polinice… Senza tutto questo, uno spiegone settimanale di un’ora resta fine a se stesso. Certo, non dico che non servirebbe: a volte resto esterrefatta per quanto siano evidenti, da una parte e dall’altra, dal maschile al femminile e viceversa, le inadeguatezze del comunicare. Resto esterrefatta e mi dico che niente, bisognerebbe proprio dire loro qualcosa. Dire alle ragazze che trattare i ragazzi come dei decerebrati insensibili, che oggi ci stai insieme e domani non sono più nessuno e manco ci parli più, non è la via. Dire ai ragazzi che le ragazze non sono un oggettino caruccio, una soddisfazione davanti agli occhi degli altri, un orpello decorativo per il loro ego. Dire all’essere umano che è in ognuno di loro che mi stupisce scoprire come lo nascondano spesso bene entrambi. Ma lo spiegone… forse arriva tardi e spero non arrivi inutile.

Pensiero numero quattro: alle superiori è, appunto, tardi. E’ tardissimo. Alle elementari il bullismo esiste già. Alle medie i ragazzi, tutti o quasi telefoninomuniti, sono al centro di una tempesta di contenuti ed accessi a contenuti che mediamente il genitore manco si immagina (e su questo, onestamente, aprirei tutto un capitolo a parte: siamo sicuri che sia un bene “rispettare questi spazi”? Se pensi di dover rispettare la privacy dei contenuti di tuo figlio a dieci-undici anni, fammi la cortesia: non glielo dare, proprio, ‘sto cavolo di telefonino!). Alle superiori è troppo tardi. Ecco, io ve l’ho detto.

Pensiero numero cinque: la famiglia non può e non deve delegare alla scuola sempre tutto. Ci sono cose che la scuola può rafforzare, ma non può passare. Il mondo del lavoro oggi chiede tempi che sottraggono la famiglia alla famiglia. E questo è inevitabilmente un vulnus. Va dato ai genitori il tempo di fare i genitori. E va dato ai genitori il modo e il supporto per esserlo. Poi, questo diciamocelo bene chiaro tra noi: non è che il padre di un serial killer sia di necessità un serial killer, né che il padre di un santo sia di necessità un santo. A volte ci culliamo nell’idea che bastino gli ingredienti giusti perché la torta riesca… ma non è così. Io non ve lo vorrei dire, ma la mamma e il papà che hanno cresciuto Abele hanno cresciuto pure Caino. E oggi, come sempre, il dolore della famiglia per l’uccisione di Abele è un dolore quanto quello della famiglia che ha scoperto il crimine di Caino. Il dolore è dolore. Il dolore spella l’anima.

Pensiero numero sei: bene il minuto di silenzio. Ma io farei un minuto di urlo selvaggio. Sono decenni che c’è silenzio. C’è silenzio dai tempi di Tacita Muta se non prima. Io urlerei. Urlerei da donna e da educatrice. Urlerei da madre. Urlerei persino da uomo, se lo fossi. Urlerei da essere umano.

Redazione