Contro le derive dell’educazione: azienda, militarismo, digitale. La Scuola come il Teatro: due arti dal vivo

Contro le derive dell’educazione: azienda, militarismo, digitale. La Scuola come il Teatro: due arti dal vivo

Ripubblichiamo un interessante intervento di Lorenzo Perrona apparso sul blog Roars a questo link.

Da decenni la legislazione scolastica elude e svaluta quello che la Scuola davvero è: cioè, la Scuola è “un’assemblea inter-generazionale”, uno strumento di trasmissione della conoscenza, un diffusore di modelli positivi per il bene dell’individuo e della società.

Invece, da decenni la scuola pubblica italiana ha pervicacemente imboccato la strada dell’ossessione per la misurabilità statistica e della rendicontazione aziendale, lo sbilanciamento verso il cosiddetto mondo del lavoro o employability, la digitalizzazione.

Per dire le cose come stanno, siamo di fronte a un grave errore.

Un errore perché un simile progetto va contro la natura stessa della Scuola, e contro il bene della società, in particolare delle giovani generazioni. La prova lampante è che non risulta che le “innovazioni” degli ultimi decenni abbiano portato i benefici prefigurati, al contrario appare che nulla abbiano potuto tali “innovazioni” sul fronte dei livelli di istruzione, del disagio giovanile, della costruzione di personalità armoniche, della conoscenza di sé e degli altri, della vera inclusione (le percentuali di “disabilità” sono in costante crescita). E, purtroppo, è facile prevedere che a poco serviranno le varie leggi calate dall’alto, senza consultare il “mondo della scuola”, su educazione civica, tutor, orientatore ecc. Per non parlare delle solite “lezioni” – che nelle scuole sono ormai una assurda consuetudine – sul cyberbullismo fatte dalla Polizia Postale, sui diritti e doveri fatte dalla Guardia di Finanza, sull’educazione stradale fatte dalla Polizia, sull’educazione alimentare e conversazione inglese fatte dai marines della base NATO di Sigonella, sulla Ginnastica Dinamica Militare Italiana, ecc. (su questo aspetto si veda il lavoro di denuncia dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole).

Per parlare davvero di scuola, occorre sentire e ragionare in modo ben diverso, più raffinato (perché la natura dei giovani è sensibilità e delicatezza) e anche più colto, cioè consapevole dei traguardi raggiunti dalle migliori pratiche che ci hanno preceduti.

Se pensiamo a una scuola che funzioni, a lezioni ricche e coinvolgenti per gli allievi e appaganti per chi insegna, è chiaro che cos’è nello specifico l’insegnamento: l’insegnamento è un’arte dal vivo, esattamente come il teatro. La scuola è prossimità, un ritrovarsi insieme dei corpi, delle concentrazioni simultanee, della scoperta che avviene davanti agli occhi di tutto un gruppo. La scuola deve essere, dunque, un modo per creare l’occasione dell’attenzione, un modo per il/la docente di farsi portatore e comunicatore di un certo sapere, modulando i momenti di dialogo con i discenti, passo passo, giorno per giorno, ogni lezione è un accadimento sempre diverso, spesso inaspettato, sempre con esiti programmabili, ma non prevedibili.

La persona del docente (ricordiamo che persona indicava la “maschera teatrale” e il “corpo”) è centrale, non solo in quanto è colui o colei che insegna, ma soprattutto perché è un adulto la cui professione è dedicarsi ai giovani e che trasmette con la sua presenza e attenzione la disciplina che sa, e in questo ruolo di modello adulto è figura essenziale per un bambino o un/a giovane. Non per niente, il processo formativo di un individuo è fatto di “genitori” e di “maestri”. Spesso si invoca (o si piange) la centralità della funzione genitoriale, ma la funzione dei maestri appare programmaticamente abolita: non più maestri, ma facilitatori, tutor, coach, figure che mettono in pratica protocolli già stabiliti altrove. E tutto questo a danno dei giovani. Perché per insegnare non basta mettere in atto schemi, metodi e protocolli come un allenatore sportivo. Si insegna una disciplina che il/la docente padroneggia conoscendone criticamente i contenuti.

La constatazione/suggestione che l’insegnamento sia un’arte dal vivo e abbia molto in comune con il teatro è sostenuta da un’altra osservazione, che ha del paradossale: dopo decine e decine di corsi di formazione che hanno predicato per anni ai docenti l’assoluta necessità di insegnare competenze con device e app, sostenendo che tutto il resto era vecchiume non più adeguato, arriva il professor Barbero che diventa una star del web (e poi della televisione) con le sue conferenze di un’ora, le vituperate lezioni frontali! Vero è che non tutti siamo dei professor Barbero, ma le scintille come quelle che lui riesce così bene a far scaturire col suo dire sono forse proprio quella cosa che deve succedere in una classe – e che a volte succede! – anche se i termosifoni sono freddi, le pareti sbrecciate e sporche, i bagni sono l’unico squallido luogo per prendere una boccata d’aria, la LIM è presto diventata obsoleta e la connessione internet continua a essere evanescente. Questo per dire che fra docenti e discenti la cosa più importante è il funzionamento del dispositivo scuola dal vivo, in quel preciso momento, nel rapporto che si crea in un gruppo di persone, nella scoperta di una qualunque disciplina, nella scoperta di se stessi.

Vediamo di capire, in modo meno impressionistico, come si articola la forte somiglianza fra dispositivo scuola e dispositivo teatro. Entrambi sono metodi per aprire a sempre nuovi campi di esperienza.

Nel teatro del secondo Novecento l’esperienza di Jerzy Grotowski (come quella di Eugenio Barba, di Peter Brook, del Living Theatre e di tanti altri artisti e artiste) ha portato la ricerca sull’arte dell’attore dentro un processo maieutico e di interpretazione del reale, su quella linea del conosci te stesso e prenditi cura di te che sappiamo bene essere il fondamento di qualunque pedagogia. La funzione del teatro per Grotowski è proprio quella di comunicare ciò che appartiene alla sfera intima e più profonda dell’essere umano. E il teatro è quel dispositivo grazie al quale ciascuno può vedere se stesso attraverso lo sguardo dell’altro. In un’accezione antropologica, è il luogo del “far festa”, del continuo riconfigurare se stessi. Quindi un teatro come indagine sulla natura del comportamento umano, un teatro che dà vita a un percorso di crescita e conoscenza umana.

Non solo agli attori si rivolse Grotowski. Sentì che un simile percorso di crescita e conoscenza doveva essere rivolto al pubblico. Affinché a questa esperienza avessero potuto avvicinarsi anche gli spettatori “non-attori”, Grotowski propose sin dagli anni ’70 dei “progetti speciali” denominati “parateatro”. Si tratta di lavori di gruppo guidati da maestri (anzi soprattutto maestre come Rena Mirecka ed Ewa Benesz), basati su speciali training psico-corporei per lo sviluppo di una spontaneità rituale, orientata da tematiche di carattere archetipico e spirituale. Centrale diventano il coinvolgimento attivo dei partecipanti e la ricerca sulle tecniche dell’attore, non più lo spettacolo – che viene di fatto abolito.

Si tratta di un lavoro su come atteggiarsi positivamente e creativamente nei confronti della vita, sulle abitudini, sulle paure, sul vuoto della mancanza di significato, sul trovare il significato, sulla precisione e la delicatezza. Un lavoro che sta alla base di qualunque percorso educativo e di conoscenza, e che oggi constatiamo essere mancante.

Come scriveva Grotowski spiegando il suo “parateatro”:

Nella paura, che è collegata alla mancanza di significato, noi smettiamo di vivere e cominciamo diligentemente a morire. La routine prende il posto della vita e i sensi – rassegnati – si abituano al nulla […]. Questo guscio, questo involucro sotto il quale ci fossilizziamo, diventa la nostra stessa esistenza; ci irrigidiamo e ci induriamo e cominciamo ad odiare chiunque abbia in sé una piccola scintilla di vita che ancora debolmente brilla. Non è una questione spirituale: comprende tutti i nostri tessuti e la paura di venire a contatto con qualcuno, di esporsi è sempre maggiore […]. Quando si guarda il mondo per vedere (e molti guardano per non vedere), si nota ciò che è debole e insicuro, ciò che sta pulsando verso la sua nascita. E una cosa nuova tra la gente – che ancora quasi non esiste, ma che si può già sentire, un mezzo impulso, una mezza necessità. Quella cosa – sto deliberatamente usando un termine per sua natura freddo – è una diversa sensibilità […]. Insieme a qualcuno, ad altri, in gruppo – la scoperta di te stesso e di lui.

È già stata efficacemente sottolineata la valenza pedagogica del “parateatro” e l’importanza di una simile metodologia teatrale fra le attività scolastiche, tanto più in quanto le tecniche del corpo sono la strada attraverso cui l’individuo libera intenzioni, impulsi, emozioni e si procura l’esperienza della crescita. Qui si intende sottolineare la profonda somiglianza di funzionamento del dispositivo scuola e del dispositivo teatro, in quanto metodi che aprono le strade della conoscenza e che mettono nella condizione di conoscere se stessi e di avere cura di sé e degli altri.

Il “maestro grotowskiano” a scuola conduce il suo gruppo in un’esperienza di conoscenza e di affetti, fornisce una figura di adulto che si rapporta con sensibilità al gruppo di giovani, crea comunità.

A questo punto è chiaro che un sapere e un’operatività come queste intercettano e rispondono ai veri bisogni dei giovani (e anche alla pienezza dell’essere docenti). Che un sapere e un’operatività come queste sono l’esatto contrario della digitalizzazione che produce invece il vuoto interiore e sollecita l’uso esasperato di protesi elettroniche. Che, mancando questo sapere e questa operatività nella politica scolastica, essa è destinata a fallire e a danneggiare la scuola, oltre che le giovani generazioni. E che «i valori attribuiti all’istruzione dalla Costituzione saranno stravolti dalla nuova riforma scolastica proposta da Draghi e portata avanti da Meloni, che metterà la scuola a servizio del lavoro e non più della formazione dell’individuo».

Il problema è che da una trentina di anni la scuola è stata sacrificata a gravi, irrisolti squilibri economici che, a ben vedere, non competono all’istruzione pubblica la quale, secondo la Costituzione, deve essere rivolta alla formazione della consapevolezza critica e pluralista della cittadinanza. Assistiamo, cioè, di volta in volta all’insinuarsi dall’alto di condizionamenti sulla didattica con il chiaro scopo di incidere sulla vita civile e sulle libertà costituzionali. In nome di una presunta “cultura di impresa”, la scuola viene resa funzionale alle esigenze di un mondo del lavoro che non brilla certo per giustizia sociale, con una lenta deriva dallo spirito dei principi costituzionali. Non solo, in nome di una “cultura della sicurezza” e una “cultura della difesa”, la scuola viene resa funzionale alle esigenze delle forze armate e dell’industria bellica.

Gli interventi legislativi sulla scuola degli ultimi decenni, voluti da governi sia di centro-sinistra sia di centro-destra con una singolare unità di intenti, stanno progressivamente modificando la scuola italiana in nome di presunte esigenze economiche, gestionali, pedagogiche, strategiche, securitarie, militari ecc. A ben vedere queste iniziative e queste riforme cozzano con i principi dettati dalla Costituzione per quanto riguarda l’uguaglianza e gli ostacoli di ordine economico e sociale che la limitano (art. 3), la pace e la risoluzione dei conflitti internazionali (art. 11), la libertà di opinione (art. 21), la libertà di insegnamento (art. 33).

Interventi interministeriali ben concertati, nella forma di protocolli di intesa, insistono sull’idea di “cultura della sicurezza” e di “cultura della difesa” di cui la scuola dovrebbe farsi promotrice[6]. In pratica questa “promozione” avviene nelle forme di attività scolastiche o parascolastiche contro il bullismo, per la legalità, per l’orientamento e di alternanza scuola-lavoro. La riforma scolastica cosiddetta “Buona scuola” (legge n. 107 del 13 luglio 2015 di “riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione”) ha istituzionalizzato, tra l’altro, un numero abnorme di ore di alternanza scuola-lavoro (poi ridimensionato, ma ancora troppo alto, negli attuali PCTO). Soprattutto all’interno dei PCTO e del cosiddetto “orientamento” (cioè, tutte quelle attività informative rivolte a studenti e studentesse per la scelta della loro carriera di studi secondari e universitari o per l’immissione nel mondo del lavoro – attività che inizia nella scuola media inferiore) si è dato corso alla direttiva sulla “cultura della difesa”[7]. Si tace sul fatto inaccettabile che la scuola pubblica è costretta a diventare funzionale alle esigenze di quelle aziende che decidano di sponsorizzarla.

A un simile progetto che snatura la scuola con “ambienti di apprendimento”, tutor e orientatori in funzione del “mondo del lavoro”, “transizione digitale”, “merito”, occorre dunque contrapporre la “Scuola vera”, quella della libertà di insegnamento, luogo di incontro per la crescita umana personale e collettiva, l’unica che produca istruzione e cittadinanza.

Redazione