BONUS DOCENTI: LASCIAMO A CESARE…

BONUS DOCENTI: LASCIAMO A CESARE…

di Stefano Battilana

Intanto facciamo un po’ di chiarezza storica: assieme alla Buona Scuola nel 2015 fu istituito, con uno stanziamento di 200 milioni, e una farraginosa e mai definitivamente chiarita procedura di assegnazione il cosiddetto Bonus premiale. In realtà l’intero impianto della Buona Scuola era un surrogato del Contratto Nazionale, che invece non veniva rinnovato dal 2006: niente innovazioni didattiche ma tanta disciplina del personale, dello staff, dei trasferimenti e qualche aumento piccolo piccolo, ma non per tutti, Eccolo, il Bonus Merito faceva parte di questa alternativa contrattuale, ma per non darlo a tutti, non potendo, in effetti, vista l’esiguità, darlo a tutti, si istituiva un apposito Comitato di valutazione, composto di membri aggiuntivi, quali genitori e studenti, che ne inficiavano la caratura tecnica di valutazione professionale.

Fu un casino, per dirlo senza eleganza: presidi che decisero in “splendida” solitudine, chi invece accettò di integrarlo col FIS, chi lo diede in parti uguali, comitati che lavorarono alacremente per partorire criteri in fotocopia o eccessivamente difformi, dati secretati e perlopiù ignoti persino gli stessi destinatari, tutti scontenti e un senso di ingiustizia di fondo, con punte di indignazione. Il CCNL 2016, rinnovato dopo dieci anni, lo mise nell’ articolo 22, imponendo la definizione di non meglio precisati “criteri generali”, ma almeno in parte servì a favorire la trasparenza dei dati, purtroppo non sempre rispettata.  Successivamente il MOF 2018-19 decretò la sua assegnazione in base non più al numero dei docenti di ruolo ma all’organico dell’Autonomia e quindi anche ai precari.

Piccoli passi avanti per un’istituzione nata male e sempre mal vissuta, ma il principio deve essere chiaro: erano soldi dei docenti, a loro destinati a compensazione di un mancato rinnovo contrattuale. Poi arrivò il passo indietro: la Finanziaria 2020 stabilì che il Bonus entrava nel FIS, senza ulteriori specificazioni. Un classico esempio di eterogenesi dei fini: la relatrice dell’emendamento, Laura Granato, voleva sganciarlo dal potere dei presidi, invece ne uscì un ibrido (a metà anno molte scuole lo avevano già attribuito con i vecchi criteri) che permise ai sindacati generalisti di rivendicarlo anche per il personale ATA, con buona pace del nome: Bonus Docenti appunto, di appartenenza incontestabile.

Ora, hai un bel da chiamarlo “ex bonus docenti”, ma è difficile dimenticare da dove era nato e che quell’ “ex” riguarda solo il Bonus e non certo i docenti, che ne sono gli unici titolari a pieno diritto. Ecco perché in contrattazione d’istituto, cui ora è esclusivamente demandata la definizione dei fondi da assegnare, si rischia l’impasse: le RSU docenti hanno ben presente la specificità di quei fondi, idealmente e storicamente ora destinati al solo FIS docenti, pur se assegnati indistintamente all’intero FIS, in ossequio a un’antica ingiustizia che non ha mai diviso alla fonte fra personale docente e ATA, lanciando così l’osso del FIS nell’arena di ogni singola scuola, con l’effetto della definizione di percentuali di suddivisione assai diverse per le medesime esigenze di funzionamento.

Unica nota positiva, l’abolizione di fatto del Comitato di valutazione “spurio”, un insulto per la valutazione professionale dei docenti, giudicati anche da coloro che dovevano educare, come gli studenti del Comitato. Magra consolazione, ma, nella saga degli eufemismi, in quel passaggio da Bonus merito a Bonus valorizzazione occorre non dimenticare la specificazione “docenti”, che tale deve restare.

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